Operazione Condor: nuove condanne in Argentina

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Ancora una condanna per Reynaldo Bignone, l’ultimo capo della giunta militare in Argentina, che ha ricevuto una sentenza di 20 anni di carcere per i crimini commessi nell’ambito dell’ “Operazione Condor”. Il generale di origini italiane è stato dichiarato colpevole di aver partecipato al complotto, di cui facevano parte altri dittatori che guidavano Paesi latinoamericani negli anni ’70, per rapire, torturare ed uccidere oppositori ed attivisti di sinistra in Argentina, Uruguay, Brasile, Cile, Paraguay e Bolivia.

Tra gli imputati del processo, in corso da tre anni a Buenos Aires, c’è anche l’ex colonnello uruguayano Manuel Cordero, condannato a 25 anni, l’unico non argentino alla sbarra. Al momento della lettura della sentenza, che è durata oltre un’ora, l’aula del tribunale di Buenos Aires era gremita di sopravvissuti alle torture del regime e familiari delle vittime, molti arrivati anche da altri Paesi latinoamericani. E quando i giudici hanno finito di leggere, il pubblico ha urlato «Presente!», lo slogan per non dimenticare i desaparecidos. L’unico imputato in aula, Angel Furci, è stato dichiarato colpevole di 67 sequestri di persona e 62 casi di tortura, per le azioni commesse nella prigione illegale chiamata «Automotores Orletti».

Ora i giudici dovranno continuare a decidere le condanne per tutti gli altri imputati, in tutto 14 ex ufficiali dell’esercito argentino. Da quando è iniziato il processo, cinque imputati, compreso Jorge Rafael Videla, il dittatore che ha guidato la giunta militare argentina dal 1976 al 1981, sono morti.

L’idea di Operazione Condor, che vide l’appoggio degli Stati Uniti di Nixon e Kissinger, nacque durante una riunione dei capi dei servizi segreti di Argentina, Bolivia, Cile, Paraguay e Uruguay nel 1975. In un secondo momento vi parteciparono anche Brasile, Ecuador e Perù. Continuata negli anni ottanta, l’operazione vide la collaborazione di Paesi confinanti che in passato erano stati in guerra tra di loro per combattere quello che consideravano il nemico comune, la diffusione dell’ideologia marxista nella regione.

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