La Turchia ha costretto alla fuga mezzo milione di curdi

curdi

In un rapporto diffuso il 10 marzo, l’Ufficio dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani ha dichiarato che le operazioni militari condotte dalla Turchia tra luglio 2015 e dicembre 2016 nel sud-est del paese hanno causato lo sfollamento di mezzo milione di persone.

“Queste conclusioni confermano le nostre ricerche: la brutale repressione che ha costretto alla fuga intere popolazioni del sud-est della Turchia può essere considerata una punizione collettiva”, ha dichiarato John Dalhuisen, direttore per l’Europa e l’Asia centrale di Amnesty International. “L’obbligo di uno stato di garantire la sicurezza non può essere usato come pretesto per applicare forza eccessiva, rendere la vita delle persone un tormento attraverso coprifuoco totali e in alcuni casi in corso da oltre un anno, provocare sfollamenti di massa ed espropriare beni personali”.

“Dalle nostre ricerche è emerso che gli abitanti costretti a lasciare la provincia di Diyarbakır non riescono a trovare un alloggio alternativo economicamente sostenibile e hanno difficoltà ad accedere ai servizi fondamentali. Famiglie già povere hanno visto peggiorare la loro situazione dal punto di vista del lavoro e dell’istruzione e non hanno ottenuto risarcimenti adeguati”, ha sottolineato Dalhuisen. “Dopo la pubblicazione del rapporto dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani, la Turchia deve agire senza alcun ritardo: annullare i coprifuoco ancora in vigore, garantire risarcimenti adeguati alle famiglie colpite e aiutarle a tornare a ciò che è rimasto in piedi delle loro case e dei loro quartieri”.

Clicca QUI per leggere il rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani.

La Camera delle Filippine approva il ritorno della pena di morte

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Il 7 marzo la Camera dei rappresentanti delle Filippine ha approvato, con 216 voti a favore, 54 contrari e un’astensione la proposta di legge 4727 sulla reintroduzione della pena di morte. Il presidente della Camera ha apertamente minacciato di annullare le nomine a incarichi prestigiosi dei parlamentari che avessero osato votare contro o astenersi. Il testo passa ora all’esame del Senato.

L’approvazione in prima lettura della misura chiesta dalla maggioranza parlamentare che appoggia il presidente Duterte costituisce un pericoloso passo indietro e una clamorosa violazione degli obblighi internazionali delle Filippine. Da quando, il 30 giugno, il presidente Duterte è salito al potere, nelle strade delle Filippine vi sono stati oltre 8000 morti, molti dei quali a seguito di esecuzioni extragiudiziali nel contesto della cosiddetta “guerra alla droga” proclamata da Duterte. Secondo il diritto internazionale, l’uso della pena di morte deve essere limitato ai crimini più gravi, tra i quali non sono compresi i reati di droga. Non vi è inoltre alcuna prova che la pena di morte abbia un effetto deterrente particolare o superiore rispetto ad altre sanzioni.

Il Senato rappresenta ora l’ultima speranza per evitare che le Filippine vengano meno ai loro obblighi internazionali ed evitare un passo indietro. Nel 2007 le Filippine hanno infatti ratificato un trattato internazionale che vieta categoricamente le esecuzioni e impegna i paesi verso l’abolizione della pena di morte. Non è prevista alcuna possibilità di ritirarsi da tale obbligo. Dal 2006, anno dell’abolizione della pena di morte, le Filippine hanno sostenuto con convinzione la causa abolizionista, promuovendo diverse iniziative in ambito internazionale e riuscendo anche a ottenere la commutazione delle condanne alla pena capitale inflitte a cittadini filippini all’estero.

I paesi che hanno abolito la pena di morte per legge o per prassi sono attualmente 141. Nella regione Asia – Pacifico, 19 paesi l’hanno abolita per tutti i reati e altri 8 sono abolizionisti per prassi. In Mongolia, un codice penale abolizionista entrerà in vigore nel luglio 2017.

ONU: nuovo veto di Russia e Cina sul conflitto siriano

Russia e Cina hanno per l’ennesima volta usato il loro potere di veto all’interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per bloccare, il 28 febbraio, una risoluzione che avrebbe contribuito ad accertare le responsabilità per l’uso e la produzione di armi chimiche da parte di tutti gli attori coinvolti nel conflitto in Siria.

“Ponendo il veto alla risoluzione, Russia e Cina hanno mostrato un palese disprezzo per la vita di milioni di siriani. Entrambi i paesi fanno parte della Convenzione sulle armi chimiche e anche per questo non c’è alcuna scusa per il loro comportamento”, ha dichiarato Sherine Tadros, direttrice dell’ufficio di Amnesty International presso le Nazioni Unite. “Da sei anni la Russia, sostenuta dalla Cina, blocca le decisioni del Consiglio di sicurezza riguardanti il governo siriano. Questo atteggiamento impedisce la giustizia e rafforza la tendenza di tutte le parti coinvolte nel conflitto a ignorare il diritto internazionale. Il messaggio della comunità internazionale è che, quando si parla di Siria, non esiste alcuna linea rossa”, ha aggiunto Tadros.

Dall’inizio della crisi siriana, la Russia ha fatto ricorso per sette volte al diritto di veto. La risoluzione del 28 febbraio proponeva sanzioni nei confronti di singole persone collegate alla produzione di armi chimiche in Siria e un embargo su tutti i materiali che potrebbero essere usati per produrle in futuro.

La proposta su cui Russia e Cina hanno posto il veto faceva seguito alla risoluzione 2118 del settembre 2013, redatta da Russia e Usa, che impone misure sulla base del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite sul “trasferimento non autorizzato di armi chimiche e su ogni uso di armi chimiche, da parte di chiunque, nella Repubblica araba siriana”.

Nell’agosto 2015, il Consiglio di sicurezza aveva anche adottato all’unanimità la risoluzione 2235, che aveva istituito un Meccanismo d’indagine congiunto per identificare i responsabili degli attacchi con armi chimiche in Siria. Da allora, il Meccanismo è giunto alla conclusione che tanto il governo siriano quanto il gruppo armato Stato Islamico hanno compiuto attacchi con armi chimiche.

Amnesty: pubblicato il rapporto 2016-2017

Il Rapporto 2016-2017 di Amnesty International documenta la situazione dei diritti umani in 159 paesi e territori durante il 2016.

Per milioni di persone, il 2016 è stato un anno di continua sofferenza e paura, poiché governi e gruppi armati hanno compiuto violazioni dei diritti umani nei modi più diversi.

Un gran numero di persone ha continuato a fuggire da conflitti e repressione in molte zone del mondo. Tra i problemi maggiormente diffusi, il Rapporto documenta il costante ricorso alla tortura e ad altri maltrattamenti, la mancata tutela dei diritti sessuali e riproduttivi, la sorveglianza da parte dei governi e la cultura dell’impunità per i crimini del passato.

Questo Rapporto testimonia la determinazione delle persone che hanno agito per il rispetto dei diritti umani in tutto il mondo e che hanno dimostrato solidarietà verso coloro i cui diritti sono stati calpestati.

Il Rapporto descrive anche le principali preoccupazioni e richieste di Amnesty International. Mostra inoltre come il movimento dei diritti umani stia crescendo sempre più forte e come la speranza che fa nascere in milioni di persone rimanga una potente spinta in favore del cambiamento.

Questo Rapporto è una lettura fondamentale per chi prende decisioni politiche, per gli attivisti e per chiunque sia interessato ai diritti umani.

“Mentre iniziamo il 2017, il mondo si sente insicuro e impaurito davanti a un futuro tanto incerto. Ma è proprio in questi momenti che abbiamo bisogno di voci coraggiose, di eroi comuni che si oppongano all’ingiustizia e alla repressione. Nessuno può sfidare il mondo intero ma ognuno di noi può cambiare il proprio mondo. Tutti possono prendere posizione contro la disumanizzazione, agendo a livello locale per riconoscere la dignità e i diritti uguali e inalienabili di tutti, gettando così le basi per la libertà e la giustizia nel mondo. Il 2017 ha bisogno di eroi ed eroine dei diritti umani”. (Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International).

Maggiori informazioni al seguente link:

https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2016-2017/

ONU: crimini di guerra ad Aleppo

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“L’esercito di Assad e i ribelli hanno commesso crimini di guerra ad Aleppo”

Lo ha stabilito una nuova inchiesta dell’ONU, secondo la quale sia l’esercito governativo sia i miliziani dell’opposizione hanno violato i diritti umani durante gli scontri per il controllo della città siriana.

L’evacuazione della città, cominciata nel dicembre 2016, ha costituito un crimine di guerra a causa del “trasferimento forzato dei civili”, si legge nel recente rapporto delle Nazioni Unite. Nel frattempo, fonti russe fanno sapere che i prossimi colloqui di pace sulla Siria si terranno il 14 marzo in Kazakistan.

Amnesty: in Darfur usate armi chimiche

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“Stupri e uccisioni di massa commessi dai militari di  Khartoum” 

Più di 200 persone, tra le quali decine di bambini, sono state uccise in Darfur da armi chimiche utilizzate dal governo sudanese per stroncare la rivolta dei ribelli e venire a capo, a suo modo, di quella guerra dimenticata che dal 2003 ha provocato almeno 400.000 morti e due milioni di sfollati (secondo i dati forniti dalla Coalition for International Justice, ritenuti attendibili dalle Nazioni Unite e da molte ONG internazionali). Lo rivela Amnesty International, denunciando “stupri e uccisioni di massa” e l’uso di armi chimiche “almeno trenta volte” nel corso dell’offensiva lanciata da Khartoum in gennaio nella zona di Jebel Marra.

Il governo di Omar al Bashir nega e, attraverso l’ambasciatore all’Onu Omer Dahab Fadl Mohamed, fa sapere che “le accuse di uso di armi chimiche da parte delle forze armate sudanesi sono prive di senso e inventate”. Ma la documentazione fornita da Amnesty International non lascia grandi spazi a dubbi: foto, video e testimonianze dirette dei sopravvissuti. “La scala e la brutalità di questi attacchi è difficile da esprimere a parole”, afferma Tirana Hassan, direttore dell’Ufficio per la ricerca sulle crisi dell’ong con base a Londra.

Il conflitto, iniziato nel febbraio del 2003, vede contrapposti i Janjawid (letteralmente “demoni a cavallo”), un gruppo di miliziani arabi reclutati fra i membri delle locali tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione non Baggara della regione (principalmente composta da tribù sedentarie dedite all’agricoltura). Il governo sudanese, pur negando ufficialmente di sostenere i Janjawid, ha fornito loro armi e assistenza e ha partecipato ad attacchi congiunti rivolti sistematicamente contro i gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit. A gennaio, le forze sudanesi hanno lanciato una nuova offensiva contro le roccaforti dei ribelli guidati da Abdul Wahid, nella zona di Jebel Marra, dove si sono registrati pesanti bombardamenti che di fatto colpiscono la popolazione civile.

ETIOPIA: chi sono gli Oromo e perchè protestano?

oromo

Quando ha tagliato il traguardo della maratona alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, l’atleta etiope Feyisa Lilesa ha incrociato le mani sulla testa disegnando una X. La maggior parte di quelli che hanno visto il gesto in diretta non hanno capito quanto fosse pericoloso per Lilesa, che stava protestando contro l’uccisione di centinaia di persone di etnia oromo in Etiopia. Il più grande gruppo etnico del paese protesta da mesi contro il piano del governo di espropriare le sue terre. Ma queste proteste sono state represse nel sangue.

Per mesi gli oromo hanno usato lo stesso gesto di Lilesa per protestare contro l’incarcerazione di centinaia di persone. In una conferenza stampa il corridore ha ribadito il suo messaggio: “Il governo etiope sta uccidendo il mio popolo”, ha detto Lilesa. “La mia famiglia è in prigione e se si parla di diritti si viene uccisi”, ha detto il maratoneta ai giornalisti dopo la gara.

In pochi secondi l’atleta è passato da essere un eroe nazionale a rischiare di non poter tornare nel suo paese d’origine, tanto che qualche giorno dopo, il 23 agosto, ha fatto domanda d’asilo. In Etiopia la TV di stato non ha mandato in onda la replica della gara in cui Lilesa è arrivato secondo.

“Se torno in Etiopia, forse mi uccideranno. Se non mi uccideranno, mi metteranno in prigione”, ha detto il maratoneta. Non è la prima volta che un atleta etiope prende in considerazione la possibilità di scappare durante una trasferta. Nel 2014 quattro maratoneti etiopi hanno chiesto l’asilo negli Stati Uniti, dopo aver partecipato ai campionati internazionali a Eugene, nell’Oregon.

La repressione contro gli oromo in Etiopia

L’Oromia è la più grande regione dell’Etiopia e circonda la capitale Addis Abeba. Gli
oromo sono il più nutrito degli 80 gruppi etnici presenti nel paese e rappresentano circa un terzo dei 95 milioni di abitanti del paese. Il Congresso federalista Oromo (Ofc) è il più grande partito dell’Oromia, ma non ha seggi in parlamento.

eiopia

Le proteste sono scoppiate lo scorso novembre, scatenate da un piano del governo di espropriare le terre degli oromo per espandere il confine amministrativo della capitale, Addis Abeba. La proposta è stata ritirata a gennaio, ma le proteste sono continuate. Gli oromo chiedono il rispetto dei diritti umani nel paese, giustizia per le persone morte durante le proteste e la liberazione dei manifestanti che sono stati messi in carcere dal governo. Secondo Human Rights Watch (Hrw), più di 500 persone sono state uccise nelle proteste, ma il governo non ha confermato queste cifre.

Il 6 e 7 agosto, nelle proteste che sono scoppiate nella regione di Oromia e di Amhara, sono state uccise un centinaio di persone. Internet è stato bloccato dalle autorità per due giorni.

Il rapporto di Hrw si basa sulla testimonianza di cento persone, che accusano la polizia e l’esercito di un uso eccessivo della forza durante le manifestazioni e dopo essere stati incarcerati. Alcuni degli intervistati hanno raccontato di essere stati appesi per le caviglie e picchiati, altri raccontano di aver ricevuto scosse elettriche. Molte donne hanno detto di essere stata molestate e violentate. Secondo Hrw, decine di migliaia di persone sono state arrestate e centinaia risultano tuttora scomparse nel nulla.